Martina: infermiera ATT

“Siamo abituati a tenere la mano ai nostri pazienti, a porgere  una carezza, un abbraccio sia a loro che ai familiari”

Martina Cecchi ha 39 anni e da 4 anni circa lavora all’Associazione Tumori Toscana come infermiera domiciliare.

È un lavoro impegnativo sia dal punto di vista fisico che psicologico, racconta Martina: “La mia giornata tipo inizia presto al mattino intorno alle 6.30. Mi occupo della mia famiglia, dei miei cani e dei miei gatti e poi vado nella sede dell’ATT dove pianifico la mia giornata e quella delle colleghe e condivido con i medici di riferimento le situazioni più critiche e quelle più urgenti da andare a valutare e vedere. Per recarmi a casa dei pazienti mi sposto per una Firenze perlopiù in questo periodo deserta, a causa del Coronavirus. Durante la mattinata mi confronto più volte con le mie colleghe e i medici e cerco di garantire in ogni fase la cura domiciliare più giusta per ogni persona. Una volta terminate le visite programmate rientro in sede dove rifornisco la borsa per il lavoro del giorno successivo. Quando è necessario mi fermo in ufficio per sbrigare compiti burocratici o per condividere una riunione online  Finito di lavorare, come tutti in questo momento, torno a casa dalla mia famiglia”. 

Curare a domicilio vuol dire entrare a contatto con la quotidianità e il dolore di tante famiglie che hanno bisogno oltre che di assistenza medica anche di una parola di conforto e di un sorriso. Il rapporto con i pazienti e i familiari è ancora più importante in questo periodo di emergenza Coronavirus, come spiega Martina: “I pazienti e i loro familiari in questo momento ma direi in qualsiasi momento storico hanno bisogno di essere rassicurati, di sentirsi sicuri e soprattutto di non sentirsi mai soli. Purtroppo questo è un momento di incertezza, di insicurezze, di risposte che arrivano a metà e di domande alle quali purtroppo spesso non ci sono risposte certe. Questo è vero per tutti ma quando si parla di pazienti oncologici si parla di persone più fragili che spesso hanno paura e si sentono abbandonate. E ora è il momento proprio di non lasciarli soli e di far sentire loro che noi ci siamo. Questo è importante perché in ospedale si recano sempre meno e si recano solo ed esclusivamente per cose strettamente necessarie e a casa il paziente e i familiari sono soli. Diventa fondamentale quindi essere presenti, essere preparati per affrontare questa emergenza senza lasciare nessuno da una parte”. 

Martina e i suoi colleghi si sono trovati a gestire la pandemia a fianco dei pazienti e hanno dovuto adattare il loro lavoro alla nuova situazione: “Con il Coronavirus il mio lavoro non è cambiato di molto dal punto di vista delle prestazioni infermieristiche. Come sempre ci prendiamo cura del paziente al proprio domicilio, dalla valutazione del medico fino all’accesso dell’operatore sociosanitario, per cui per noi infermieri le prestazioni infermieristiche qualitativamente non sono cambiate. Sono però assolutissimamente cambiate da un punto di vista quantitativo perché, in linea con le disposizioni nazionali, gli accessi in ospedale devono essere minori rispetto al passato e per questo cerchiamo di garantire tutti giorni tutte quelle prestazioni che possono essere eseguite a domicilio, in modo tale da non mandare in ospedale i pazienti ed evitare così un rischio di contagio più alto. L’aspetto però che è cambiato maggiormente, ed è quello che differenzia il lavoro in ATT, è l’aspetto umano. Siamo abituati a tenere la mano ai nostri pazienti, a porgere una carezza, un abbraccio sia a loro che ai familiari; ora invece, dovendo utilizzare tutti i dispositivi di protezione, dalla mascherina all’utilizzo dei guanti, tutto questo viene meno. Dovendo rispettare le distanze di sicurezza la vicinanza fisica strettamente detta viene meno e questo è quello che manca di più, manca di più a loro ma manca di più anche a me. Anche i sorrisi mancano, mancano tutte quelle espressioni che vengono mitigate dalla mascherina ed è per questo che cerchiamo di esprimere al meglio le emozioni e i nostri sentimenti attraverso gli occhi, per far sì che i nostri pazienti sentano comunque la nostra vicinanza; cosa che per me non deve mancare mai”. 

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